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Il ritardo nell’elaborazione culturale e nella proposta turistica di Taranto si misura anche nell'entusiasmo per un modello, quello delle navi da Crociera, che altre aree d'Italia e d'Europa hanno già derubricato come poco funzionale o addirittura dannoso.  La gestione di flussi imponenti, generalisti per definizione, che abbassano la qualità della vita dei residenti e lasciano una ricaduta tutto sommato modesta sulle destinazioni, è stata oggetto di numerose analisi, ben sintetizzate da un breve articolo di Stefano Landi del 2012, scritto all’indomani della tragedia del Giglio.

 

È tuttavia comprensibile come in un contesto fortemente depresso e con gravi problemi occupazionali l'arrivo di flotte di stranieri possa essere visto come vero e proprio ossigeno da redditi asfittici e impalpabili, un compromesso senza dubbio molto più accettabile rispetto all’ipoteca dell’Ilva sulla vita dei cittadini; il turismo, anche se di massa e dequalificante, come via di uscita per una crisi iniziata con il tradimento del genius loci del territorio.

 

Nonostante ciò, chi ha l’onere dell’amministrazione e i professionisti dei beni culturali hanno il dovere di avere uno sguardo più lungo, proprio per non commettere errori strategici che potrebbero paradossalmente causare ostacoli per lo sviluppo turistico futuro della città. In termini d’investimento, infatti, oltre alle altre motivazioni descritte in apertura, non sarebbe redditizio legare il futuro di Taranto a una o più compagnie private, giacché, come il caso dei Riva avrebbe dovuto insegnare, le grandi aziende determinano le loro scelte giustamente in base al loro profitto e non possono offrire alcuna garanzia a lungo termine.  

 

Si tratta quindi, dal punto di vista turistico, di gestire il flusso crocieristico, ma allo stesso tempo di virare (termine non potrebbe essere più adatto) verso altre forme di turismo che negli ultimi anni stanno segnando un forte incremento (slow e green tourism, outdoor, enogastronomico, turismo culturale, turismo agricolo, convegnistico, ecc..) e che possano determinare la creazione di un sistema eterogeneo e diversificato, sia in termini di proposta che di target, che trae beneficio dalla singola iniziativa privata, ma che da essa non è dipendente.  In altre parole è necessario lavorare affinché si costruisca sul solido e non sulle sabbie mobili, attirando il meglio e non il peggio del mercato, nell’interesse collettivo.     

 

In questo senso il castello aragonese e il MArTa sono il simbolo delle contraddizioni di una città che, innamorata del proprio passato, stenta a rifondare se stessa proprio partendo da una professionalizzazione del turismo.

Solo tra il 15 e il 29 maggio 2017 il Castello Aragonese ha contato 1232 visitatori, accolti dalla Marina Militare, che sebbene benemerita, avendo istituzionalmente altri incarichi, non possiede la competenza per gestire un contenitore culturale. Pur tuttavia “Come di consueto – spiega il Comando Marittimo Sud – a seguire i turisti lungo i corridoi, nelle sale e nei passaggi sotterranei, testimonianze significative dei vari stili architettonici appartenenti ai periodi storici attraversati dal castello, il team della Marina Militare incaricato delle cerimonie e visite, che opera al Castello, coordinato dall’ammiraglio in congedo Francesco Ricci, curatore della struttura”. In una Regione in cui non si permette da 5 anni a dottori in archeologia, beni culturali e lingue di esercitare la professione di guida per la mancata emanazione del bando per l’acquisizione del patentino di guida turistica, ai militari sono delegati compiti di accoglienza, con buona pace del professionismo. Ne consegue che, non essendoci di veri e propri servizi (non solo guide, ma tanto altro) e una gestione imprenditoriale dell’attrattore, non vi è un biglietto d’ingresso, né un piano di marketing turistico, con importanti perdite in termini economici e di occupazione giovanile.

Il biglietto invece al MArTa c’è, ma non il direttore, sospeso a norma di legge da una sentenza del Tar del Lazio che ha dimostrato l’irregolarità di un concorso poco trasparente, frutto di uno scontro politico tra il Mibact, il nuovo Consiglio Superiore dei Beni Culturali e la vecchia classe dirigente legata al mondo delle Soprintendenze. Al di la delle valutazioni possibili sul profilo scelto nella tornata concorsuale contestata per gestire il Museo, rimane il disatteso ruolo di stimolo sociale ed economico che tale istituto avrebbe dovuto avere sul territorio. Un passo falso il cui prezzo è quotidianamente pagato dalle micro imprese culturali del capoluogo, spesso gestite da quella fascia di professionisti precari, tra i 30 e i 45 anni, in possesso di un’alta formazione, a cui non rimarrà che l’emigrazione se non si interviene con tempestività.

 

Ovviamente soluzioni facili non esistono, anche perché molti dei problemi strutturali elencati dipendono dai livelli amministrativi nazionali e regionali, ma è evidente che Taranto e la sua provincia hanno bisogno di un vero piano strategico della cultura e del turismo (coerente con i due documenti redatti recentemente dalla Regione), e di un conseguente masterplan, svincolato dalla tornata elettorale. Soluzioni immediate come un il biglietto unico dei servizi turisticiprogetti di copartecipazione pubblico privato mirati al collegamento della costa con le aree interne, sono alla portata se solo si volesse andare fino in fondo.

 

Non ė sensato lasciare che il turismo si sviluppi in modo anarchico. Il turismo va governato, non subito. Al di la degli slogan e delle inutili polemiche politiche, di tutte le parti in causa, bisogna avere l'ambizione di creare la vera alternativa occupazionale all'Ilva puntando su un nuovo modello economico integrato che metta al centro il paesaggio e i beni culturali.

 

 

 

Angelofabio Attolico

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Cammini, escursioni in natura, guide turistiche ed enogastronomiche. Progettazione per enti pubblici e privati di prodotti turistici green e slow.

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